Carne di maiale che viene macinata
(foto tratta dal libro La cucina romagnola illustrata)

In Romagna il maiale è da sempre simbolo di autosufficienza e sapienza culinaria: una tradizione che vive ancora oggi grazie alla cultura contadina

Come racconta l’edizione del 2005 de La cucina Romagnola illustrata (Edit Romagna, ora Edit Italia), in Romagna del maiale non si buttava via nulla: ogni parte era destinata a diventare cibo prezioso, simbolo di una cucina concreta e senza sprechi.

Fino a pochi decenni fa, quasi tutte le famiglie di campagna allevavano un maiale. Cresceva int e’ stalet de porc, un piccolo recinto improvvisato vicino a casa. Chi non disponeva di una scrofa lo acquistava svezzato dai contadini, nutrendolo con avanzi di cucina mescolati a crusca e farina, specialmente quella di mais, la farèna d’furmintō.

Lo scopo era semplice: garantirsi carne e grasso per tutto l’anno, risparmiando e gestendo con saggezza le risorse. Il giorno della macellazione era una vera e propria festa, che segnava l’inizio della stagione fredda, quando le carni potevano conservarsi meglio.

Dopo la lavorazione, ogni parte dell’animale trovava il suo impiego: frattaglie e ciccioli (grasul) venivano consumati subito; le salsicce stagionate duravano fino a primavera, seguite da salami, coppa, guanciale, pancetta e spalla. Anche zampetti, orecchie e muso (la copa ad testa) finivano in pentola, mentre lo strutto veniva conservato come condimento. Solo il prosciutto si gustava per ultimo, quasi a premiarsi per tanta parsimonia.

Chi non poteva allevare un maiale lo comprava già maturo, magari anche solo per metà. E da bambini, con occhi curiosi, ci si chiedeva come fosse possibile “ammazzare mezzo maiale”. Una frase che oggi fa sorridere, ma racconta un intero mondo fatto di ingegno e rispetto per il cibo.