Le mani di una ragazza suonano la fisarmonica

Il legame naturale tra cibo romagnolo e musica da liscio nelle tavolate di ieri e di oggi

Non è davvero Romagna se a un certo punto, tra un piatto di cappelletti e una piadina appena scaldata, parte un valzer del liscio. È un riflesso culturale, una memoria collettiva che si riaccende all’istante. Il liscio — con le sue orchestrine, le fisarmoniche, le voci potenti che riempiono le balere — è nato proprio qui, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, con maestri come Carlo Brighi, detto Zaclén, e poi esploso nell’immaginario popolare grazie a Secondo Casadei negli anni ’50 con “Romagna mia”.

E nelle case romagnole, il liscio ha continuato a vivere non come semplice musica, ma come colonna sonora delle tavolate. È il ritmo che accompagna le domeniche lunghe, i pranzi in campagna, le feste patronali. La fisarmonica scandisce un tempo che unisce generazioni: i nonni che riconoscono dalle prime note un valzer di Casadei, gli zii che battano la mano sul tavolo, i bambini che imparano i primi passi guardando gli adulti muoversi con naturalezza.

Il cibo, poi, amplifica tutto. La convivialità romagnola è fatta di abbondanza, di gesti larghi, di portate che si susseguono senza fretta. Il liscio fa da ponte emotivo: crea atmosfera, racconta una storia, fa sentire tutti parte della stessa famiglia — anche chi arriva da fuori.

E così, tra grida allegre, bicchieri di Sangiovese alzati e voci che si sovrappongono, c’è sempre un momento in cui qualcuno dice: “Metti un po’ di liscio!”. E allora il pranzo diventa festa, la cucina diventa balera, e la Romagna torna a essere ciò che è sempre stata: ritmo, calore e comunità.